Oi a tutti voi
Settembre 3, 2009
…e pensare che credevo di saperlo già. Meno male che sto valutando di andare a stare un po’ a Londra, così perfeziono la lingua e quando torno dico “Oi” a tutti quelli che incontro, perché gli inglesi si salutano così.
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Luglio 18, 2009
(pezzo tratto dall’intervista di futura pubblicazione)
Ho notato che lei possiede diversi profili nel web, tutti piuttosto curati e aggiornati. Tanto per citarne qualcuno dei più famosi ha un blog aperto, due chiusi e account su facebook, flickr, twitter, last.fm, anobii e così via. Non ci tiene nemmeno un po’ alla sua privacy?
Messa così sembra che io non abbia privacy – che parola idiota – ma in realtà ho un senso molto alto di quel che voglio e non voglio far sapere di me, quindi non mi crea particolari problemi far vedere qualche foto, o far sapere quel che pensi, o dire cosa stia ascoltando e quale libro legga: non mi sembrano dati particolarmente sensibili, c’è molto altro che nessuno vede e che ritengo decisamente più importante. E poi, tra l’altro, con questa storia della privacy, a causa del suo esibizionismo la gente è portata a credere che tutti siano in attesa di sapere quel che fanno, quel che dicono e quel che pensano: non si rendono conto invece che alla gente non frega nulla, di loro. Che abbiano un profilo accessibile o meno su facebook, che abbiano un blog o no, che nel loro avatar si veda la loro faccia o il muso di un gatto. Stanno tutto il tempo a preoccuparsi di quel che non vogliono far sapere, senza chiedersi se c’è davvero qualcuno che voglia saperlo.
L’acqua e la cera – Favola a tragico fine di due elementi che non sono fatti per stare insieme
Luglio 10, 2009
per due motivi. Il primo è che la cera serve alla fiamma, è proprio il suo scopo, ed esse sono destinate a stare insieme. Guarda caso, il fuoco e l’acqua sono due elementi diametralmente opposti; c’è da dire altro? Il secondo è che se c’è qualcosa che scivola con facilità sulla cera è l’acqua; riesce a non avere la minima presa, scorre via e dopo è quasi come se non fosse nemmeno passata. Insomma, due pianeti diversi. Cera e acqua, un’accoppiata perdente.
Sembra quasi mi sia tornata la mente fervida che possedevo quando ero solo un bambino; ci sono momenti in cui mi ritrovo col mento poggiato sulle mani, la testa appena inclinata e gli occhi che guardano in alto a sinistra. Mi manca un led rosso nel naso nell’occhio destro per essere un vero televisore in stand-by, ma che la mia testa stia viaggiando da qualche altra parte è comunque evidente.
Mi piace fantasticare, immaginare realtà parallele in cui io sono molto più felice e pervaso di vita, e in cui sorrido tanto, davvero troppo. Mentre guardo gli acquazzoni estivi dalla finestra immagino di trovarmi sotto un portone alle 23.41, di fare una sorpresa, di vederlo aprirsi da un viso bagnato e di chiedere senza nemmeno dire ciao sono lacrime quelle?, e di non ricevere nessuna risposta, e allora di dire vieni, dai vieni, e di vederla prendere la mia mano protesa e completamente bagnata, e di correre sotto la pioggia con quel viso triste fin sotto alla copertura che c’è vicino agli alberi, di dire parlami… dimmi qualcosa, non lo vedi che è ora di smetterla di piangere? lascia che ci pensi io a te, per un momento, di sentire tutta l’acqua che scroscia e che cade a terra, di spostarle i capelli stranamente asciutti dalla fronte, di guardare il suo viso dritto in quegli occhi e pensare porca miseria, di sentirmi dire è che non lo so nemmeno io, di sentire impercettibilmente che stringe le mie mani come se dentro avesse una sé microscopica che mi vede dentro un me microscopico che forse può fare qualcosa, ma con tutti questi strati di ossa muscoli sangue pelle tessuti e aria tanta aria non riescono a comunicare, così per farli avvicinare immagino di tirare quel viso contro di me e di abbracciarne il corpo asciutto e di spingerlo contro il mio bagnato, e di non sperare di sentire le sue mani sulla mia schiena, e di sussurrarle appena mi sei mancata, e di sentirmi rispondere ma che dici, come faccio ad esserti mancata e io rispondere ma tu mi manchi non nel senso che prima c’eri e ora no, ma nel senso che ti voglio, che sei qualcosa che ho scoperto e che ora desidero, e se non ti ho vuol dire che mi manchi, di sentirle dire guarda che sono un guaio, che ho muri altissimi e botole segrete, dovresti averlo capito e già non mi spiego come hai fatto ad arrivare fino a questo punto senza far scattare gli allarmi, e di risponderle se hai degli allarmi significa che sei delicatissima, e di sentirla ascoltare, e dire allora sarò delicatissimo, e di sentirla comunque non proprio tra le mie braccia ma leggermente spostata indietro e di lato di quaranta centimetri come se fossi in un’immagine sovrapposta, e di dirmi per ora va bene così, io ho fatto tutto questo per tentare di avere un po’ di fiducia ed ora sarà quel viso a decidere se togliere quei quaranta centimetri e farsi abbracciare sul serio, senza essere non proprio lì ma appena accanto, e magari volermi anche abbracciare indietro. Ma immagino che bisognerà aspettare per questo, aspettare almeno che le cose migliorino.
Immagino di chiederle se per lei sono come una goccia d’acqua su una candela di cera, se mi vuole un po’, oppure no, oppure non gliene importa niente.
Ma io cosa ho chiesto,
quando ti ho visto, a te?
A te che mi hai guardato
e poi mi hai detto «Per te… solo per te».




