Poco fa ho fatto un sogno

Settembre 11, 2009

Ciao. Poco fa ho fatto un sogno. C’eravamo tu ed io, e due o tre gatti. C’era una casa che non era la tua, in un paese che non conosco. C’eri tu, che non so come, avevi accettato di volermi vedere, e c’ero io. C’era il me che conoscevo, che avevo dimenticato di essere; una versione molto migliore di questa involuzione pallida e arida che sono ora. C’eravamo noi insieme, di nuovo, e mi sembrava incredibile. Mi sembrava di essere tornato a casa, ed era una sensazione grandiosa.

Non sto qui a dilungarmi, perché già la mail che ti stavo scrivendo era piena di dettagli e di pensieri e di sensazioni, e l’ho lasciata a metà perché mi è stato come al solito consigliato di lasciar perdere e non mandarti nulla, di lasciarti stare. Adesso cercherò di soffocare tutto quello che il sogno ha creato, per ritornare a questa realtà che mi fa proprio schifo, senza di te. Mi manchi, e anche se so che quello era solo un sogno e le sensazioni erano falsate, mi manchi lo stesso.

per due motivi. Il primo è che la cera serve alla fiamma, è proprio il suo scopo, ed esse sono destinate a stare insieme. Guarda caso, il fuoco e l’acqua sono due elementi diametralmente opposti; c’è da dire altro? Il secondo è che se c’è qualcosa che scivola con facilità sulla cera è l’acqua; riesce a non avere la minima presa, scorre via e dopo è quasi come se non fosse nemmeno passata. Insomma, due pianeti diversi. Cera e acqua, un’accoppiata perdente.

 Sembra quasi mi sia tornata la mente fervida che possedevo quando ero solo un bambino; ci sono momenti in cui mi ritrovo col mento poggiato sulle mani, la testa appena inclinata e gli occhi che guardano in alto a sinistra. Mi manca un led rosso nel naso nell’occhio destro per essere un vero televisore in stand-by, ma che la mia testa stia viaggiando da qualche altra parte è comunque evidente.

Mi piace fantasticare, immaginare realtà parallele in cui io sono molto più felice e pervaso di vita, e in cui sorrido tanto, davvero troppo. Mentre guardo gli acquazzoni estivi dalla finestra immagino di trovarmi sotto un portone alle 23.41, di fare una sorpresa, di vederlo aprirsi da un viso bagnato e di chiedere senza nemmeno dire ciao sono lacrime quelle?, e di non ricevere nessuna risposta, e allora di dire vieni, dai vieni, e di vederla prendere la mia mano protesa e completamente bagnata, e di correre sotto la pioggia con quel viso triste fin sotto alla copertura che c’è vicino agli alberi, di dire parlami… dimmi qualcosa, non lo vedi che è ora di smetterla di piangere? lascia che ci pensi io a te, per un momento, di sentire tutta l’acqua che scroscia e che cade a terra, di spostarle i capelli stranamente asciutti dalla fronte, di guardare il suo viso dritto in quegli occhi e pensare porca miseria, di sentirmi dire è che non lo so nemmeno io, di sentire impercettibilmente che stringe le mie mani come se dentro avesse una sé microscopica che mi vede dentro un me microscopico che forse può fare qualcosa, ma con tutti questi strati di ossa muscoli sangue pelle tessuti e aria tanta aria non riescono a comunicare, così per farli avvicinare immagino di tirare quel viso contro di me e di abbracciarne il corpo asciutto e di spingerlo contro il mio bagnato, e di non sperare di sentire le sue mani sulla mia schiena, e di sussurrarle appena mi sei mancata, e di sentirmi rispondere ma che dici, come faccio ad esserti mancata e io rispondere ma tu mi manchi non nel senso che prima c’eri e ora no, ma nel senso che ti voglio, che sei qualcosa che ho scoperto e che ora desidero, e se non ti ho vuol dire che mi manchi, di sentirle dire guarda che sono un guaio, che ho muri altissimi e botole segrete, dovresti averlo capito e già non mi spiego come hai fatto ad arrivare fino a questo punto senza far scattare gli allarmi, e di risponderle se hai degli allarmi significa che sei delicatissima, e di sentirla ascoltare, e dire allora sarò delicatissimo, e di sentirla comunque non proprio tra le mie braccia ma leggermente spostata indietro e di lato di quaranta centimetri come se fossi in un’immagine sovrapposta, e di dirmi per ora va bene così, io ho fatto tutto questo per tentare di avere un po’ di fiducia ed ora sarà quel viso a decidere se togliere quei quaranta centimetri e farsi abbracciare sul serio, senza essere non proprio lì ma appena accanto, e magari volermi anche abbracciare indietro. Ma immagino che bisognerà aspettare per questo, aspettare almeno che le cose migliorino.
Immagino di chiederle se per lei sono come una goccia d’acqua su una candela di cera, se mi vuole un po’, oppure no, oppure non gliene importa niente.

Ma io cosa ho chiesto,
quando ti ho visto, a te?
A te che mi hai guardato
e poi mi hai detto «Per te… solo per te».

AmazingSpider-Man540-021Stringi i pugni. Respira. La pelle sulle nocche delle mani è così tirata da dare l’impressione di volersi strappare. Le unghie che spingono contro i palmi sembrano volerli tagliare. La mascella è così serrata che i denti cominciano a premere contro le gengive come se volessero rientrare. Respira.

Fffffffft: pfffffffffffff. Ho l’impressione che tutto il corpo sia teso.
E’ l’unico modo che ho per scaricare la tensione, il nervosismo, la rabbia, l’agitazione. Sono inquieto, e irrigidirmi e tendermi fino a visualizzare nella mente delle crepe sulla pelle che la squarciano e mostrano quello che c’è sotto mi permette di sfinirmi e di lasciarmi esausto fino alla successiva scarica di rabbia.

Chiudi gli occhi. Sei sul tetto di un palazzo. C’è tutto un cielo sopra di te, colorato di un indifferente azzurro scuro pastello. Sulla sua volta visualizzi e proietti quello che credi sia dipinto sul lato interno del tuo corpo, i fantasmi che ci volteggiano dentro e quello che pensi potrebbe farli zittire almeno per un momento. Malattia e medicina. Immagina di stringere i pugni e tendere i muscoli così tanto da esplodere e far schizzare sul cielo tutto quel che hai dentro in questo preciso istante: desideri e angosce, persone e sentimenti dentro di te in questo esatto momento.

Mi sembra di essere come quei vecchi planetari che hanno una lampada al centro, che proietta la luce, le stelle e i pianeti sulle pareti che la circondano: se abbatti i muri però, tutto svanisce. La luce non si ferma e non rappresenta più nulla. Senza qualcosa che la ferma, non servirebbe a niente. Io sono le mura che danno significato a quel che la luce dentro di me vuol disegnare, sono la gabbia che permette alle mie angosce di sopravvivere. Apro le braccia come se fossi una croce, e immagino di spezzarmi in quattro parti. Quello che stava dentro di me per un istante resta dov’era, come se non si accorgesse di quel che sta succedendo; dopo poco, le paure più piccole cadono a terra senza vita come piccole biglie che rotolano giù da un tavolo, scivolando poi tra le fessure del cemento e opacizzandosi a contatto con l’aria. Quattro o cinque bolle, più grandi, partono verso il cielo e scoppiano come fuochi d’artificio. In quell’istante visualizzo visi conosciuti e immaginati, vedo cose che non so capire, e scorgo un cerchio. Capisco subito che rappresenta me. Mi concentro sui volti sconosciuti prima che svaniscano e restino solo piccoli puntini di luce e poi più nulla, e forse capisco qualcosa. Forse ne riconosco uno.

Sei teso, forte, stai per scoppiare. Apri gli occhi. Ti sembra di aver preso fuoco come una torcia umana. Ti trovi in mezzo a tantissime persone: alcune stanno ferme, altre seguono dei flussi che non portano da nessuna parte. Tutte sembrano parlare o emettere rumori. C’è un grande frastuono. Nessuno ti guarda, tutti sembrano aspettare qualcosa o andare a cercare un posto migliore per aspettare qualcosa.
Chiudi gli occhi. Concentrati. Concentrati. Concentrati. E poi prova a sentire il suo dolce silenzio emergere fra tutto quel fragore. Lei sarà l’unica con un viso, l’unica con lo sguardo rivolto verso di te, l’unica che non emette suono, l’unica che starà aspettando te. Cerca di sentire il suo silenzio. Non cercare il puntino nero sul foglio bianco: trova il puntino bianco sul foglio nero. Concentrandoti con tutte le tue forze, avvertirai la sua presenza. I pugni chiusi, i denti stretti, il torace gonfio, tutto per liberare i tuoi sensi e permettergli di invadere questo mare di persone fino ad arrivare a lei.
Quando avrai capito dov’è, apri gli occhi. Muoviti, presto, combatti tra la folla, spintonando e annaspando. Cerca di correre, segui il tuo istinto e insegui i tuoi sensi. Mantieni la concentrazione annullando tutti i rumori, finché spostando le ultime comparse non la vedrai di fronte a te: appena sorridente ed un po’ sorpresa, vi incontrerete nel silenzio più bianco che c’è. Non direte una parola, parleranno per voi le emozioni che bruceranno nel petto e che scioglieranno e dissolveranno quei nodi che prima vi impedivano di trovare serenità. Non vi parlerete nemmeno, non vi chiederete conferme, perché sentirete che tutto è giusto.
Il tuo corpo si ricomporrà in un momento, e tutto diventerà una cosa sola senza che tu quasi te ne accorga. Delle angosce resterà lo stesso ricordo che rimane di un fuoco artificiale. Tutta la folla sparirà, tutto il malessere collasserà lontano e ci sarà soltanto lei tra le mani del miglior te che sia mai esistito su questa Terra.