L’universo che sei per me
Luglio 22, 2008
Io non capisco più. E non ci tengo più nemmeno a capire quello che succede nella mia testa e in quella degli altri. Troppo, troppo tempo passato a chiedermi cosa ci sia dietro a facce, parole, espressioni, sospiri e sguardi: ci ho preso tante volte, ma ho anche sbagliato. E adesso sono stanco, voglio spegnerlo un po’ questo scanner che va avanti e indietro lasciando una scia rossa, indiscreto ma letale. Vorrei proprio cadere a terra sulla schiena, sbuffare e dire basta. Certe volte le cose diventano troppo complicate anche per me, perdo di vista quello che conta, tutti i colori si mescolano e io non riesco più a pensare, a sapere cosa voglio e cosa no.
E adesso non voglio chiarezza. Voglio solo silenzio. Un angolino per me, in uno spazio di vuoto tracciato in camera mia, dove stare lì senza esistere per nessuno. Senza dover piangere per qualcuno, senza dovermi sentire inferiore a qualche stronzo che mi ha soffiato la regina lasciandomi in ginocchio, senza dover sentire il peso di tutte le colpe che ho e che non ho. In quell’angolino le lacrime sono bandite, ci sono solo io e sono assolutamente lontano da quello che accade nella mia vita. Sono come un personaggio di un fumetto nella sua scheda di presentazione, dove non deve rendere conto di quello che fa; è lì, viene descritto con vaghe parole e non ha colpe, non ha pregi, non ha difetti e non ha meriti. Come un attore in pausa, ancora vestito con i costumi di scena, in quel momento in cui è a metà tra maschera e realtà.
Se qualcuno volesse cercarmi, mi troverà lì. In un angolo. Se doveste conoscermi superficialmente non vi sembrerò molto me stesso, se invece direste di sapere molto di me allora la mia pelle sarà ancora più trasparente. E penso sarebbe anche bello trovarci lì, come se fossimo nello spazio profondo lontani dai problemi e dalle parole, in un posto senza regole, obblighi e comportamenti forzati. Essere se stessi in mezzo al vuoto.
Sono stanco, e ho voglia di stare fuori dallo spazio, fuori dal tempo; suonando ‘Lizzy’ con la chitarra e aspettando senza davvero aspettare.
p.s.: Non c’entra nulla, ma che bello: stanotte ho scritto all’artist management di Ben Kweller chiedendo perché non hanno previsto una data italiana per il tour europeo di fine anno, e stamani mi hanno risposto che le date che farà sono un warm-up prima della tournee seria che promuoverà l’album nuovo e che toccherà anche l’Italia tra un anno. Poi l’ho aggiunto su twitter e leggendo quello che ha scritto nel bio ho pensato che è esattamente quello che ho sempre immaginato di dire di me nel caso fossi diventato un cantautore, perché la vera essenza è quella, se ami la musica. E quando la ami si avverte in ogni pezzo che scrivi, che suoni e che canti. Il ragazzo ha talento, davvero.
Ben Kweller – Lizzy
Luglio 20, 2008
Ben Kweller non smette di stupirmi. Questa è una delle più belle canzoni d’amore, secondo me, e da anni mi è inevitabile ascoltare queste canzoni senza pensare di voler essere in un universo parallelo in cui non sono stati fatti errori, in cui non c’è stato tutto quel dolore, in cui le cose sono andate lisce come dovevano, senza strappi da cucire. Perciò immagino il me stesso di un 2008 alternativo che si trova con la lei stessa di un 2008 alternativo e le sussurra da vicino questa canzone mentre gioca con le sue dita mentre è seduta di fronte, con le gambe incrociate. Sono quasi di plastica per come sono finti, quei due, ma sono più felici di quanto lo siamo noi nel nostro 2008.
Davvero, è bellissima secondo me. Lizzy è la moglie di Ben, e io vorrei essere capace di scrivere la metà di un testo del genere.
Sign me up I volunteer
Votes are in for lifeguard of the year
Her feline past lives are plain
Their singularities are shown in this life again
Like mama said,
“Don’t you let it go to your head
when you know you’re being fed”
I’m so proud to know you
Lizzy, I’ll write, I’ll sing,
telegraph, telegram, telephone, tellin’ you
I’ll be home soon, Dayenu
We will wake when kitty licks
And in the morn work takes her to Maine
Dressed and out the door by six
Tomorrow is the first time Liz can’t board my plane
Like mama said,
“Don’t you let it go to your head
when you know your book is read”
I’m so proud to know you
Anna will take me to the port
as Liz drives up I-95
Me and my darlin’ keep love alive
even on Texas time
And like my mama said,
“Don’t you let it go to your head
when your town is painted red”
I’m so proud to know you
Lizzy, I’ll write, I’ll sing,
telegraph, telegram, telephone, tellin’ you
I’ll be home soon, Dayenu
Telephone, tellin’ you
I’ll be home soon, Dayenu
I love you.
Manhunt / Ligabue – Sulla Mia Strada
Luglio 16, 2008
Che cosa piacevole uscire a fare due passi. A Sora lo faccio spesso, qui d’estate non mi era mai capitato; diciamo che non è la stessa cosa, ma è gradevole lo stesso. Il cielo non era inutile come ieri sera e nemmeno violastro come venerdì scorso in colonne, ma blu intenso con delle nuvole azzurro-grigie colorate dalla luce della Luna quasi piena.
Non so cosa scrivere, la testa è piena di fumo perché l’arrosto è bruciato e con una mano mi sembra di tenermi ben saldo mentre con l’altra mi sembra di scivolare in continuazione. Ci dormirò su, e domani riprenderò a camminare per la mia strada, senza capire bene se sto andando avanti, indietro o se sto girando in tondo.
C’è chi mi vuole come vuole
Un po’ più santo, più criminale
E un po’ più nuovo, un po’ più uguale
Mi vuole come vuole
C’è chi mi vuole per cliente
Chi non mi vuole mai per niente
E c’è chi vuole le mie scuse
Che ciò che sono l’ha offeso
Dì un po’: te come ti vogliono?
Dì un po’ tu come ti vuoi? Tu come ti vuoi?
Sono vivo abbastanza
Sono vivo abbastanza
Per di qua comunque vada
Sempre sulla mia strada
C’è chi mi vuole più me stesso
E più profondo, più maledetto
E bravo padre e bravo a letto
C’è chi mi vuole perfetto
Dì un po’: te come ti vogliono?
Dì un po’ tu come ti vuoi? Tu come ti vuoi?
Sono vivo abbastanza
Sono vivo abbastanza
Per di qua comunque vada
Sempre sulla mia strada




