Una domenica passata in solitudine, con menu del giorno composto da pranzo veloce, MotoGP, Wii, prima partita, Formula 1, seconda partita e possibile uscita serale. La realtà è stata un po’ diversa, perché nel premere il tasto del telecomando che da Italia 1 mi avrebbe portato su AV2 alla schermata della mia bianca console devo avere combinato qualche guaio elettromagnetico, visto che nel giro di cinque minuti si è abbattuto un nubifragio che ha cambiato i miei programmi, tenendomi occupato fino alle 20 e rotti a tamponare con ogni straccio recuperato nei paraggi il fiume che imperterrito sfociava nella taverna, a spazzare con scopa e pala da neve il mare d’acqua dolce rinchiuso nel garage e poi ad assorbire con i suddetti stracci le varie pozzanghere che allagavano il piano interrato. Sono rientrato sui binari che avevo programmato all’altezza di Germania – Polonia, per potermi godere in tempo almeno il commento della Gialappa’s.
Finita la partita sono uscito, un po’ perché ne avevo basta di stare in casa, un po’ perché volevo guidare e farmi un giro. Ho raggiunto il teatro dove credevo di trovare gente propensa ad andare a bere qualcosa, ma pure quello che uscirebbe anche se fosse agli arresti domiciliari preferiva starsene in tuta sul divano. Sono tornato indietro, doppiando a metà strada la canzone di Commit This To Memory che suonava quando sono uscito dal cancello di casa qualche mezz’ora prima. Questo è stato tutto.

Continuo a pensare. Penso al fatto che ieri non mi disturbava troppo l’idea di vedere una certa ragazza (in particolare non sono stato male da vomitare in teatro come la penultima volta…), specialmente dopo che mi ha chiamato per dirmi di incontrarci e ancor più dopo avermi scritto per mandare a monte l’appuntamento. Quel messaggio era strano, non riesco a togliermi dalla testa il modo in cui mi ha colpito. Invece di arrabbiarmi come le altre volte per essersi fatta viva e aver rischiato di farmi stare male, ieri ero solo deluso. Quel messaggio era strano. In quelle parole c’era debolezza. E so che lei fa in modo di non essere mai vulnerabile. Non scrive cose del genere, lei. O almeno, non ne scriveva. Non si esponeva mai troppo in situazioni come questa. O forse sì, ed è l’Alzheimer che mi possiede a parlare per me. Però mi è sembrato strano – l’ho già detto per caso? – perché ha parlato di qualcosa che aveva dentro. E in quello «Scusami…» ci ho letto confusione, tristezza e frustrazione: ci ho visto un viso abbattuto e smarrito.
E tu come hai reagito?
Le ho risposto prima in modo abbastanza neutro, ma dopo un po’ la delusione mi ha fatto dire qualcosa di più. Anche io avrei voluto vederla per sentire dentro di me quali suoni nascevano, se stridori o silenzi, se musiche leggere, incerte o potenti e devastanti melodie. Volevo capire qualcosa, perché ho sempre più l’impressione che un filo continui a legarci, e finché non si decide cosa farne non riusciremo a stare meglio di così. E il “così” non è affatto un bello stare, tutt’altro.
Forse la prossima volta le chiederò io di vederci, quando sentirò forte di voler spazzare via questa pozzanghera che ristagna da otto mesi (mi vengono solo immagini legate all’acqua, chissà perché…) e mi tiene sospeso tra passato e futuro. E credo che succederà a breve.
Come dice Mark in “Lillian”, sto aspettando che l’ultima luce rimasta accesa su quel palco sbiadisca e si spenga, per fare un passo avanti. Forse devo fare solo questo, aspettare, perché qualcuno dice che non c’è piu niente da dire, che non abbiamo più nulla da dirci ormai. Ma io adesso la penso un po’ diversamente, perché credo che prima o poi anche Tom e Mark dovranno parlarsi, a mente fredda, e capire cosa è andato storto (what went wrong…). Fino ad allora si possono creare nuovi gruppi, scrivere nuovi capolavori e ogni tanto suonare un vecchio pezzo per necessità o per nostalgico piacere, ma quel filo c’è, e il rischio di inciamparci esiste. Magari sbaglierò. Ma io sto ancora aspettando la sua risposta. E per adesso tutto quello che mi pervade è semplice ‘dispiacere’.

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