Aprile, sabato 19, 2008. Ore 5.45.
Aprile 21, 2008
Il cielo ha assunto da qualche minuto un colore strano ed indeciso composto da un azzurro scuro molto intenso, chiazze blu oltremare create dalle nuvole più basse e da un’insolita striscia che si appoggia lungo l’orizzonte di una tonalità indescrivibile di viola. Non ho mai visto una cosa del genere, anche se in svariati momenti del passato ho avuto modo di osservare il cielo a quest’ora. Ha quasi smesso di piovere, l’aria è fresca. Ci sono delle luci in lontananza e delle luci in vicinanza: le prime a guardarle bene sembrano afflitte e stanche, come se fossero arrivate alla fine del loro turno lavorativo e cominciassero a generare luce meno intensa proprio perché c’è sempre meno bisogno di loro; le seconde scorrono veloci e fondono il loro fascio con quello dei miei fari in modo strano, contrastando troppo con il tono del cielo e scadendo in un effetto simile al fotomontaggio. Guardo una villetta in lontananza, e non so perché ma mi viene in mente “L’Empire des Lumières” di Magritte.
Mentre svolto in una strada di campagna immagino di prendere il tempo per le estremità e stirarlo, allungarlo almeno fino al momento in cui non sarò arrivato a casa. “Hold Me Down” suona debolmente nelle casse, e le luci del cruscotto sono la mia unica compagnia. Mi è capitato diverse volte, guidando da solo, di provare questo strano affetto per il quadro illuminato pensando a come lui mi guarda anche quando io fisso la strada e in questo momento, con questa luce, la sua presenza origina una specie di conforto intimo dopo una serata passata in mezzo a così tante persone, a mascherare spesso il mio stato d’animo. Questa sensazione mi porta alla mente quel primo giorno di Maggio che ho svegliato una certa ragazza poco prima dell’alba e le ho detto che stavamo partendo per andare in Liguria, l’istante in cui stavamo caricando in macchina quelle quattro cose da portare con noi, i momenti in auto con la musica a basso volume e le luci rosse del cruscotto mentre il sole sorgeva piano alla nostra sinistra.
Affronto l’ennesima curva e mi chiedo quali emozioni questo paesaggio, questo insieme di luci e ombre – che per quanto possano sembrare diversi e lontani nel tempo riescono a fondersi in maniera eccezionalmente semplice – stiano generando in me. Non riesco a interpretare se tutto quello che sento adesso è triste nostalgia, semplice malinconia o se, vista la pace che sembra regnare, dovrei provare una sorta di benessere che non ha né spazio né tempo, qualcosa che spazzi via e renda invisibili per un momento tutte le angosce. Abbasso ancora il volume della radio come se volessi ascoltarmi meglio, e l’immagine che ho del mio mondo interiore è un’insieme mal mescolato di quelle tre sensazioni con sprazzi d’amarezza, causati dal fatto che una situazione così carica di emozioni venga vissuta solo da me. Io ho sempre adorato condividere questo genere di cose con le persone che amo, e stare qui a farmi investire da tutto quello che di bello e di brutto un momento come questo può portare con sé senza poter scrollare una persona che dorme sul sedile del passeggero, senza poter correre a casa di qualcuno solo per svegliarlo e portarlo sul balcone, senza nemmeno poter chiamare e raccontare tutto quello che sto pensando ora, amplifica la solitudine che ristagna dentro me. Mi viene in mente subito un’altra immagine, che contrappone la pace quasi ignorante di ciò che vedo dal parabrezza col groviglio di pensieri e sentimenti che combattono al mio interno.
La strada di campagna è finita, sono nel centro di un paese dove un bar illumina il marciapiede e cinque macchine sono parcheggiate di fronte in doppia fila, con le quattro frecce che si accendono e spengono a cinque frequenze e velocità diverse. Ricordo che anche io, quando tornavo a quest’ora, andavo sempre a fare colazione prima di rientrare a casa. C’era la mia barista di fiducia che sfornava brioche ustionanti, e capitava sempre di fare quattro chiacchiere con lei o con altri reduci del venerdì sera raccontando il succo di quelle ore passate nella speranza di divertirsi ognuno a modo suo. Per un istante vorrei fermarmi qui e ripetere la consuetudine, ma decido di accelerare pensando che forse romperei quest’incantesimo di emozioni se spegnessi il motore, se aprissi la portiera.
Ormai sono quasi a casa, un ponte si alza sotto di me e volgo lo sguardo verso l’ospedale, rimasto anche lui sveglio con le finestre sempre aperte su questa notte ormai quasi del tutto ricacciata dietro l’orizzonte da un azzurro ancora più carico e chiaro. Ormai non piove più, e abbasso i finestrini durante la discesa lasciandomi schiaffeggiare il viso dal vento; gli uccellini cinguettano forte sottolineando quanto sia tardi per me, e presto per le poche persone nelle altre auto che procedono nel verso opposto al mio.
Parcheggio l’auto in garage, e giro la chiave. Resto immobile, la luce dell’abitacolo resta accesa per una manciata di secondi prima di spegnersi con delicatezza. Guardo fuori dalla porta e il chiarore mattutino ha deciso che un giorno nuovo è iniziato. Mi sforzo di pensare ad un singolo termine che descriva il mio stato d’animo fatto di tutto quello che ho vissuto finora, tutte le belle sensazioni che sono nate e morte nel mio cuore in questi pochi minuti, tutto quello che avrei voluto dire e condividere con una persona alla quale non interessa nemmeno una delle parole che ho usato. Faccio una smorfia con la bocca mentre mi rendo conto che quel termine che emerge dal mio petto è “dispiacere”. Chiudo la porta del garage, ed entro in casa.


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