Dopo mesi e mesi, sono riuscito a riascoltare “Lillian”.
Aprile 17, 2008
Almeno adesso sono meno perplesso e confuso. Perché è così che mi sentivo quando mi ha mandato quell’sms domenica, e dopo le due telefonate in cui le ho chiesto perché.
Mi pareva di capire che la sua vita procedesse abbastanza bene, che avesse una relazione con un ragazzo, che forse addirittura fosse innamorata e che ad ogni modo sicuramente stesse passando momenti in cui si sente tanto felice. Dunque non capivo il motivo per cui avesse aperto quello spiraglio, mandato quel messaggio in cui mi chiedeva di vederci nel caso avessi qualcosa da dirle. Ho temuto fosse un modo per farmela pagare ancora, dicendomi dopo avermi illuso che non c’è nessuna possibilità e chiudendo definitivamente tutto quanto, dal vivo; dentro però sentivo che non c’era cattiveria, ma il suo modo sottile e implicito di comunicarmi che ero riaffiorato da qualche parte, in qualche angolo del suo corpo, e pensavo che se si era spinta a spedire un sms dietro a tutta quella maschera, a quella voce imperturbabile, ciò che aveva sentito fosse qualcosa di importante.
Sbagliavo. E adesso sono meno perplesso e confuso, dopo i giorni passati a pensare e a sperare. L’ho chiamata per sapere cosa le passasse per la testa, per capire se il contenitore in cui ha chiuso tutto quello che di grande e importante ci ha unito si fosse crepato irrimediabilmente (la mia immagine mentale, suggerita dal dialogo che ho riportato qualche giorno fa, è che dentro al barattolo ci sia una mano che spinge per aprirlo e la sua forza è fornita da tutto quello che ci ha fatto trovare e amare, mentre sul coperchio dalla parte opposta spinge una mano nutrita da tutto quello che ci ha portati a dividerci e detestarci. Mary Jane dice a Peter che non c’è niente e nessuno, nemmeno Dio o il diavolo, di così potente da battere l’amore che li lega. Ma pare che quello sia un fumetto) o se quel gesto fosse una sbavatura imprevista nel cercare di tracciare una linea della sua esistenza più dritta possibile e che si allontani dalla mia.
Avevo bisogno di saperlo, perché prima o poi supererò e sotterrerò le parti più ingombranti di questa storia, dovrò riorganizzare la mia vita cercando e sollevando il primo mattone in mezzo a tutte queste rovine che la soffocano. Fino ad ora mi è stato detto che non devo aspettare niente per farlo, ma solo decidere io quando iniziare. Ho sempre risposto «Benissimo, allora diciamo che non ne ho voglia». Diciamo che non voglio e soprattutto non posso lasciare il campo di battaglia se passo giorni e notti ad aspettare un ritorno, per quanto poi possa aver paura che vada nuovamente tutto storto.
Ma prima o poi tutti si va via, senza quasi neanche guardarsi indietro per quanto poco ci si speri. Qualche giorno fa ho sentito un rumore lontano. Oggi ho posato il fucile contro una gamba, ho accostato le mani alla bocca ed ho urlato forte il suo nome. Dopo tre minuti il vento mi ha sussurrato che sì, avevo sentito male, e che il rumore lontano era solamente l’eco di qualcosa che non mi riguarda più.
Dicono che i miei occhi siano cambiati leggermente, da domenica. Mi guardo allo specchio e devo riconoscere che è vero. Io dico che non mi pare, che l’umore è lo stesso. Dentro di me credo sia nato l’embrione della consapevolezza, la consapevolezza che prima o poi questo purgatorio finirà, che la linea che stai tracciando per allontanarti da me si farà sempre più sottile fino a diventare invisibile, e che quasi tutte le guerre in realtà alla fine si perdono. E se si resta vivi, dopo aver aspettato per la piccola speranza di un rumore o per quella grande di un ritorno, l’unica cosa da fare è prendere le quattro cose che ti sono rimaste e tornarsene a casa.
When the last remaining light was starting to filter,
It seemed the perfect time to step into the future.




