Rigiro fra le mani il telefono con sul display il messaggio che mi mandò a Gennaio, ormai più di tre mesi fa, in cui ricordava il momento del nostro primo sguardo. Leggo la data, e penso a quanto si stia allontanando da me e da ciò che ci univa. Ascolto “I Just Don’t Think I’ll Ever Get Over You” di Colin Hay, e mi viene in mente mentre mi dice che non le canzoni non sono male, ma la sua voce proprio no, non le piace sentirla. Adesso le direi che non è così stirata come in tutte le altre che ha sentito, che in questa è più soffice e meno acuta.

Passo le giornate a ricordare i momenti passati insieme, a pensare che per me valgono tantissimo, e che non riesco a credere che la mia scalcagnata memoria possa aver messo da parte così tante cose. Tre anni sembrano essere durati una vita, per tutto quello che è successo e per le esperienze condivise, felici o tristi che siano state. Continuo a girare in quel labirinto senza uscita, senza voler uscire, infilandomi cotone nelle orecchie e infantili speranze nella testa. Mi guardo sempre intorno ovunque vada, immaginando ad ogni singolo passo di vederla sbucare da qualche angolo con uno sguardo alla Bruce Willis che solo io e lei sappiamo, dicendomi che per quanto provi, e per quanto abbia voluto farlo, non riesce a imbustare e mettere in freezer quello che prova, ma che se vogliamo dar sfogo a quell’amore che proviamo io devo dimostrarle di essermi reso conto del dolore che le ho provocato, e non azzardarmi mai più a prendere il cuore di una persona e buttarlo in mezzo a una strada.
Sono immaturo, lo so.

Adesso sono le due meno un quarto, e la immagino dormire come le ho visto fare per tutti i mesi che non riuscivo a farlo io e che restavo sveglio a guardarla, la visualizzo come in tutte le foto che le ho scattato mentre sognava chissà cosa stringendo le coperte coi pugni. Non posso credere che tutto sia finito così, che io abbia ucciso una cosa come quella che ci legava, forte e indomabile com’era.
Sfioro con le dita i bigliettini con parole uscite dalla sua mano, senza avere il coraggio di leggerli. Più di una volta mi ha commosso, e ricordo quella volta in cui mi ha scritto che lo faceva troppo poco spesso, e che aveva deciso di usare quei biglietti per me, per dirmi quanto mi amava, visto l’universo che rappresentavo per lei. E’ una persona così delicata e speciale, e io sono riuscito a distruggere il suo universo come si rompe un vetro a sassate. Chissà se riuscirò mai a perdonarmelo.

Ora metto via tutto, mi asciugo il viso ormai completamente bagnato e mi infilo nel letto con l’unica certezza di vederla in un sogno, come ormai ogni notte. Che domani è un solito giorno, e ho le mie stupide e insensate speranze da tenere in piedi.