Il tempo passa, la vita va avanti un po’ uguale e un po’ diversa. Mi sto sforzando di lasciare al passato quello che gli appartiene e di scivolare in avanti, perché prima o poi bisogna farlo.
Ad ogni modo, da qualche settimana ho ritrovato la voglia di uscire, di vedere gente, di fare cose. Mi sto rimpinzando di feste, di serate, di locali, di risate e di lacrime; stringo rapporti con persone e mi lascio tirare in mezzo. Ho in parte ricominciato ad accorgermi che per quanto sia e sia stato difettoso e stronzo, qualcosina di buono c’è in me. Direi che è un passo avanti rispetto a quando non vedevo l’ora di tornare a casa per passare il tempo in camera mia da solo.
L’università procede a modo suo, visto che ho solo un corso da seguire. Nel frattempo frequento quei due corsi serali (scrittura creativa e dizione): sono sempre più interessanti, l’unico aspetto negativo è lo sbattimento di dover tornare a casa così tardi e di togliermi il tempo che vorrei usare per andare in piscina. Perché ieri mi hanno chiamato quelli del lavoro da assistente di volo, e avendo superato con successo la prova d’inglese sosterrò il primo colloquio, quello di gruppo, settimana prossima. Gli step successivi sarebbero un colloquio individuale, uno in inglese e una prova di nuoto, che è la cosa che mi preoccupa maggiormente. Per questo motivo andrò in piscina.
Insomma, avrei dovuto essere felice di questa notizia, come credevo che lo sarei stato per altre cose. E io invece non so come sentirmi, non riesco a capire cosa voglio e cosa non. Fino a ieri vivevo in un limbo non sgradevole, avevo trovato il modo di stare abbastanza bene e di stare un po’ sereno. Ma il tempo va avanti, e tu vieni trascinato con lui. E succede che vieni ri-aggiunto alla lista contatti di una certa ragazza, e come sottonick leggi “lgfuad”. Succede che arrivi alla fatidica settimana che ti spaventava da parecchi mesi, quella tra il 25 Aprile e il 2 Maggio. La settimana che comprende il compleanno di una certa ragazza, insomma. La tradizione voleva che si andasse in Liguria per festeggiarlo, per farle passare qualche giorno al mare allontanandosi da casa, per visitare l’Acquario con le classiche fotografie da aggiornare di anno in anno. Domenica mattina stavo tornando a casa con Klitt, la giornata era calda, io vestivo solo una t-shirt e avanzavo lungo la tangenziale con i finestrini abbassati e il braccio allungato fuori. Ho avvertito proprio quello che non volevo: la stessa sensazione provata gli anni passati in questo periodo dell’anno provocata dal sole, dai papaveri sul ciglio della strada, dal cielo che prima delle otto di sera non si spegne, dagli occhiali da sole di mio padre sul naso.
Si avvicina il suo compleanno, e io credevo di non aver voglia di fare niente di particolare. Una specie di giornata addobbata a lutto, pensando a quello che succedeva e che facevamo gli anni scorsi. Anzi, avevo anche pensato di rifarlo da solo, andare all’Acquario e fare le foto e gironzolare in macchina e di andare in qualche paese lì vicino, magari a Recco, e mangiare un pezzo di focaccia e tornare indietro. Adesso però ho cambiato idea, sotto un certo aspetto sembrerebbe patetico anche a me. Ormai devo convincermi che il primo giorno di Maggio è un giorno come un altro, per me, ed è così che lo vivrò.

Il cielo ha assunto da qualche minuto un colore strano ed indeciso composto da un azzurro scuro molto intenso, chiazze blu oltremare create dalle nuvole più basse e da un’insolita striscia che si appoggia lungo l’orizzonte di una tonalità indescrivibile di viola. Non ho mai visto una cosa del genere, anche se in svariati momenti del passato ho avuto modo di osservare il cielo a quest’ora. Ha quasi smesso di piovere, l’aria è fresca. Ci sono delle luci in lontananza e delle luci in vicinanza: le prime a guardarle bene sembrano afflitte e stanche, come se fossero arrivate alla fine del loro turno lavorativo e cominciassero a generare luce meno intensa proprio perché c’è sempre meno bisogno di loro; le seconde scorrono veloci e fondono il loro fascio con quello dei miei fari in modo strano, contrastando troppo con il tono del cielo e scadendo in un effetto simile al fotomontaggio. Guardo una villetta in lontananza, e non so perché ma mi viene in mente “L’Empire des Lumières” di Magritte.
Mentre svolto in una strada di campagna immagino di prendere il tempo per le estremità e stirarlo, allungarlo almeno fino al momento in cui non sarò arrivato a casa. “Hold Me Down” suona debolmente nelle casse, e le luci del cruscotto sono la mia unica compagnia. Mi è capitato diverse volte, guidando da solo, di provare questo strano affetto per il quadro illuminato pensando a come lui mi guarda anche quando io fisso la strada e in questo momento, con questa luce, la sua presenza origina una specie di conforto intimo dopo una serata passata in mezzo a così tante persone, a mascherare spesso il mio stato d’animo. Questa sensazione mi porta alla mente quel primo giorno di Maggio che ho svegliato una certa ragazza poco prima dell’alba e le ho detto che stavamo partendo per andare in Liguria, l’istante in cui stavamo caricando in macchina quelle quattro cose da portare con noi, i momenti in auto con la musica a basso volume e le luci rosse del cruscotto mentre il sole sorgeva piano alla nostra sinistra.
Affronto l’ennesima curva e mi chiedo quali emozioni questo paesaggio, questo insieme di luci e ombre – che per quanto possano sembrare diversi e lontani nel tempo riescono a fondersi in maniera eccezionalmente semplice – stiano generando in me. Non riesco a interpretare se tutto quello che sento adesso è triste nostalgia, semplice malinconia o se, vista la pace che sembra regnare, dovrei provare una sorta di benessere che non ha né spazio né tempo, qualcosa che spazzi via e renda invisibili per un momento tutte le angosce. Abbasso ancora il volume della radio come se volessi ascoltarmi meglio, e l’immagine che ho del mio mondo interiore è un’insieme mal mescolato di quelle tre sensazioni con sprazzi d’amarezza, causati dal fatto che una situazione così carica di emozioni venga vissuta solo da me. Io ho sempre adorato condividere questo genere di cose con le persone che amo, e stare qui a farmi investire da tutto quello che di bello e di brutto un momento come questo può portare con sé senza poter scrollare una persona che dorme sul sedile del passeggero, senza poter correre a casa di qualcuno solo per svegliarlo e portarlo sul balcone, senza nemmeno poter chiamare e raccontare tutto quello che sto pensando ora, amplifica la solitudine che ristagna dentro me. Mi viene in mente subito un’altra immagine, che contrappone la pace quasi ignorante di ciò che vedo dal parabrezza col groviglio di pensieri e sentimenti che combattono al mio interno.
La strada di campagna è finita, sono nel centro di un paese dove un bar illumina il marciapiede e cinque macchine sono parcheggiate di fronte in doppia fila, con le quattro frecce che si accendono e spengono a cinque frequenze e velocità diverse. Ricordo che anche io, quando tornavo a quest’ora, andavo sempre a fare colazione prima di rientrare a casa. C’era la mia barista di fiducia che sfornava brioche ustionanti, e capitava sempre di fare quattro chiacchiere con lei o con altri reduci del venerdì sera raccontando il succo di quelle ore passate nella speranza di divertirsi ognuno a modo suo. Per un istante vorrei fermarmi qui e ripetere la consuetudine, ma decido di accelerare pensando che forse romperei quest’incantesimo di emozioni se spegnessi il motore, se aprissi la portiera.
Ormai sono quasi a casa, un ponte si alza sotto di me e volgo lo sguardo verso l’ospedale, rimasto anche lui sveglio con le finestre sempre aperte su questa notte ormai quasi del tutto ricacciata dietro l’orizzonte da un azzurro ancora più carico e chiaro. Ormai non piove più, e abbasso i finestrini durante la discesa lasciandomi schiaffeggiare il viso dal vento; gli uccellini cinguettano forte sottolineando quanto sia tardi per me, e presto per le poche persone nelle altre auto che procedono nel verso opposto al mio.
Parcheggio l’auto in garage, e giro la chiave. Resto immobile, la luce dell’abitacolo resta accesa per una manciata di secondi prima di spegnersi con delicatezza. Guardo fuori dalla porta e il chiarore mattutino ha deciso che un giorno nuovo è iniziato. Mi sforzo di pensare ad un singolo termine che descriva il mio stato d’animo fatto di tutto quello che ho vissuto finora, tutte le belle sensazioni che sono nate e morte nel mio cuore in questi pochi minuti, tutto quello che avrei voluto dire e condividere con una persona alla quale non interessa nemmeno una delle parole che ho usato. Faccio una smorfia con la bocca mentre mi rendo conto che quel termine che emerge dal mio petto è “dispiacere”. Chiudo la porta del garage, ed entro in casa.

Almeno adesso sono meno perplesso e confuso. Perché è così che mi sentivo quando mi ha mandato quell’sms domenica, e dopo le due telefonate in cui le ho chiesto perché.

Mi pareva di capire che la sua vita procedesse abbastanza bene, che avesse una relazione con un ragazzo, che forse addirittura fosse innamorata e che ad ogni modo sicuramente stesse passando momenti in cui si sente tanto felice. Dunque non capivo il motivo per cui avesse aperto quello spiraglio, mandato quel messaggio in cui mi chiedeva di vederci nel caso avessi qualcosa da dirle. Ho temuto fosse un modo per farmela pagare ancora, dicendomi dopo avermi illuso che non c’è nessuna possibilità e chiudendo definitivamente tutto quanto, dal vivo; dentro però sentivo che non c’era cattiveria, ma il suo modo sottile e implicito di comunicarmi che ero riaffiorato da qualche parte, in qualche angolo del suo corpo, e pensavo che se si era spinta a spedire un sms dietro a tutta quella maschera, a quella voce imperturbabile, ciò che aveva sentito fosse qualcosa di importante.

Sbagliavo. E adesso sono meno perplesso e confuso, dopo i giorni passati a pensare e a sperare. L’ho chiamata per sapere cosa le passasse per la testa, per capire se il contenitore in cui ha chiuso tutto quello che di grande e importante ci ha unito si fosse crepato irrimediabilmente (la mia immagine mentale, suggerita dal dialogo che ho riportato qualche giorno fa, è che dentro al barattolo ci sia una mano che spinge per aprirlo e la sua forza è fornita da tutto quello che ci ha fatto trovare e amare, mentre sul coperchio dalla parte opposta spinge una mano nutrita da tutto quello che ci ha portati a dividerci e detestarci. Mary Jane dice a Peter che non c’è niente e nessuno, nemmeno Dio o il diavolo, di così potente da battere l’amore che li lega. Ma pare che quello sia un fumetto) o se quel gesto fosse una sbavatura imprevista nel cercare di tracciare una linea della sua esistenza più dritta possibile e che si allontani dalla mia.
Avevo bisogno di saperlo, perché prima o poi supererò e sotterrerò le parti più ingombranti di questa storia, dovrò riorganizzare la mia vita cercando e sollevando il primo mattone in mezzo a tutte queste rovine che la soffocano. Fino ad ora mi è stato detto che non devo aspettare niente per farlo, ma solo decidere io quando iniziare. Ho sempre risposto «Benissimo, allora diciamo che non ne ho voglia». Diciamo che non voglio e soprattutto non posso lasciare il campo di battaglia se passo giorni e notti ad aspettare un ritorno, per quanto poi possa aver paura che vada nuovamente tutto storto.
Ma prima o poi tutti si va via, senza quasi neanche guardarsi indietro per quanto poco ci si speri. Qualche giorno fa ho sentito un rumore lontano. Oggi ho posato il fucile contro una gamba, ho accostato le mani alla bocca ed ho urlato forte il suo nome. Dopo tre minuti il vento mi ha sussurrato che sì, avevo sentito male, e che il rumore lontano era solamente l’eco di qualcosa che non mi riguarda più.

Dicono che i miei occhi siano cambiati leggermente, da domenica. Mi guardo allo specchio e devo riconoscere che è vero. Io dico che non mi pare, che l’umore è lo stesso. Dentro di me credo sia nato l’embrione della consapevolezza, la consapevolezza che prima o poi questo purgatorio finirà, che la linea che stai tracciando per allontanarti da me si farà sempre più sottile fino a diventare invisibile, e che quasi tutte le guerre in realtà alla fine si perdono. E se si resta vivi, dopo aver aspettato per la piccola speranza di un rumore o per quella grande di un ritorno, l’unica cosa da fare è prendere le quattro cose che ti sono rimaste e tornarsene a casa.

When the last remaining light was starting to filter,
It seemed the perfect time to step into the future.