Tell them that I truly tried to give in
Marzo 22, 2008
Guarda, in quel periodo, in quei momenti credo che se fossero venuti, mi avessero dato una pistola e mi avessero detto “Spara, spara alla prima persona che vedi e riavrai quello che vuoi” io non ci avrei pensato nemmeno un secondo, avrei preso la pistola dal bancone e avrei sparato.
Questa sera arrivato a casa di Kif sono rimasto dieci minuti in macchina a piangere, in una smorfia orribile, forte come mi sono impedito di fare tutto il giorno, e anche per tutta la settimana. Mi sembra di avere un buco nero nel petto, e quello che provoca mentre mi inghiotte è un dolore lento e straziante. Ieri raccontavo a un’amica che in questo momento mi sento allo sbando, senza il minimo controllo sulle cose che penso e che faccio, e che da un po’ ho l’impressione di sbagliare ogni movimento, ogni aggiustamento che provo a fare in quel che mi rimane. Una di quelle partite a scacchi in cui non sai che pezzo muovere perché in ogni caso viene mangiato, che sia uno stupido pedone o una torre, e credi che star fermo non serva comunque a niente perché non ti aiuta a vincere – certo, nemmeno a perdere, ma in fondo la somiglianza con una partita a scacchi finisce con la storia dei pezzi mangiati, mentre una cosa che ricorda meglio l’insofferenza dello star fermi è un quadro in via di realizzazione, in realtà una mezza schifezza, su cui si prova a dare una pennellata qui e una là per migliorarlo; lo vedi che hai rovinato seriamente la situazione, ma non far niente serve solo a rimanere disgustati di sé stessi – quindi alla fine fai qualcosa e guarda un po’, non avevi previsto che a rimetterci non erano solo il pedone o la torre. Ad ogni modo, non era per questo che piangevo. Non certo per la frustrazione della situazione.
Non ho nemmeno voglia di spiegarlo, visto che scrivo per me, e che mi è fin troppo ovvio. Ecco, non so più che fare. C’era lei, lassù, che non mi ha lasciato solo nemmeno per un attimo. Credo che tra un po’ non mi basterà.




